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La
sessualità nell'antica Roma
La società romana è agli inizi una società di contadini
e di soldati, nella quale le donne sono apprezzate non solo in
quanto donne, ma anche perché relativamente poco numerose. La
donna romana è una
donna forte, considerata il sostegno di una società di
conquistatori e di colonizzatori. Il
matrimonio è dapprima una cerimonia di iniziazione sessuale:
in seguito diventa una delle basi fondamentali della società, con
l'usanza di acquistare la figlia del padre, il cui potere sui
figli (patria potestà) inizialmente illimitato, è in seguito
sottoposto al controllo di un consiglio di famiglia. Agli sposi,
ma in pratica al marito, è lasciata la libertà di creare la
famiglia secondo la propria idea, numerosa o limitata, ricorrendo
eventualmente anche all'aborto che, pur non essendo legalizzato,
non è proibito.
Il
sesso è considerato un bisogno naturale di cui non si potrebbe
disconoscere l'importanza. Si tendono quindi a giustificare i
rapporti sessuali extramatrimoniali, sempre con più facilità per
l'uomo che per la donna. Importante è invece il mutuo consenso,
ed è severamente punito
lo stupro. Verso la metà del V secolo avanti Cristo, si cerca
di rafforzare il valore sociale del matrimonio vietandolo tra
ricchi e poveri, probabilmente allo scopo di evitare la
dispersione dei patrimoni. Ma le unioni male assortite e
illegittime che ne conseguono comportano un tale caos, in campo
sessuale, che questa legge viene presto abrogata. Si istituisce
allora il regime della
dote e la separazione dei beni, per impedire la dispersione
delle ricchezze. La dote,
rappresentando il potere economico del padre, rivaluta la sposa in
una Roma che è diventata ormai commerciale e che trae il proprio
sostentamento più dei rapporti con gli altri paesi che dalla
coltivazione del suolo. È un fatto curioso che questa
rivalutazione materiale della donna vada di pari passo con
l'indebolimento del legame coniugale. Le infedeltà delle mogli
non sono più represse con troppa severità e le
separazioni sono più
facili: sono permessi ad esempio se il marito resta troppo a
lungo in guerra e in un secondo tempo anche soltanto se viene
chiamato in servizio. La moglie viene ceduta per contratto a un
amico, realizzando così, il più delle volte, un adulterio già
da tempo esistente. Si determina in questo modo un'inevitabile
separazione, che già rilevavamo nella società greca, fra il
vissuto nel matrimonio ai fini demografici o per tener saldo il
legame coniugale, e il sesso inteso come piacere, appagato dalla
prostituzione nelle sue diverse forme. La prostituzione
è considerata, anche dagli spiriti più insigni, come una
legittima valvola di sicurezza e come un mestiere riconosciuto.
Con maggiore o minore raffinatezza, a seconda delle classi
sociali, le prostitute esercitano liberamente la loro professione,
dalle case di tolleranza di lusso di Pompei fino ai "lupanari
di Suburra".
È
chiaro che tutto questo complesso di comportamenti sessuali
patologici viene esibito più o meno alla luce del sole; la
tolleranza dell'opinione pubblica verso questo tipo di condotta è
un fenomeno psico-sociale molto strano, la cui spiegazione rimane
ancora incerta. Ma ancora più singolare è che lo scandalo scoppi
proprio quando queste situazioni sono messe prescritto nelle opere
letterarie, come se le cose diventassero più reale quando sono
trattate dagli scrittori e dai poeti. A questo proposito,
l'esempio di Ovidio è caratteristico. Nella sua "Ars
amatoria" Ovidio infatti non fa che rispecchiare i costumi
sessuali del suo tempo ma, malgrado l'onorevole ammenda nelle sue
opere successive, egli verrà esiliato fino alla fine dei suoi
giorni sulle rive del Mar Nero.
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