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ICSI:
la fine della sterilità maschile?
Ultima nata tra le tecniche di procreazione assistita,
l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi ha
rapidamente dimostrato la sua stupefacente
efficacia.
Tuttavia, questa tecnica talvolta assimilata a uno “stupro
dell’ovulo” è oggetto di una certa controversia… Di Claudio
Manna.
I
benefici delle tecniche di procreazione assistita non devono più
essere dimostrati perché ogni anno sono all’origine di decine
di migliaia di nascite in tutto il mondo. Tuttavia, alcuni metodi
recenti vengono attaccati per la loro potenziale pericolosità: è
il caso dell’ICSI. Vediamo perché.
L’ICSI
è il frutto del caso o dell’errore di un biologo. I ricercatori
stavano tentando di valutare i benefici dell’avvicinamento
diretto degli spermatozoi con la membrana dell’ovocita
all’interno di una tecnica poco efficace chiamata SUZY (subzonal
insemination), che dovrebbe far ottenere una fecondazione con
sperma in origine non fecondante. Durante una delle manipolazioni,
un biologo ha fatto penetrare uno spermatozoo nel citoplasma
dell’ovulo, e da questa manipolazione accidentale nel 1992 è
nato un bambino. Questo metodo ha conosciuto un crescente successo
negli ultimi anni, e rappresenta da solo più
del 35% di tutti i metodi di fecondazione assistita nel mondo.
L’ICSI consente di ottenere la gravidanza in coppie infertili
per cause maschili per le quali in precedenza non esisteva alcuna
soluzione medica a eccezione del dono di sperma, e inoltre le
percentuali di successo sono più elevate per un’ICSI che per
una FIVET tradizionale, che in genere presenta il 25% di successi.
Secondo gli studi dell’Università di Bruxelles la percentuale
di riuscita dell’ICSI è maggiore del 33% per tentativo se la
donna ha meno di 37 anni, facendo raggiungere la gravidanza all’80%
delle coppie affette da sterilità maschile. Ma anche se ha
fatto nascere migliaia di bambini, i governi hanno constatato che
in alcuni centri vengono compiuti abusi proponendo l’ICSI a
coppie che avrebbero potuto ricorrere alla FIVET classica o a un
semplice trattamento chirurgico. Per combattere questa deriva,
alcuni stati hanno stabilito che l’ICSI può essere adottata
solo nel caso di coppie per le quali le probabilità di successo
con una FIVET tradizionale sono considerate molto basse.
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Violazione
dell’ovulo o spintarella al destino?
L’ICSI
consiste nell’iniettare lo spermatozoo
direttamente nell’ovulo, e viene praticata in
caso di anomalie importanti dello sperma. Alcuni
scienziati si stanno interrogando sulle
eventuali conseguenze di questa tecnica. Da un
lato, è il biologo stesso a scegliere lo
spermatozoo che inietterà direttamente, ma
questo potrebbe avere delle deficienze e se la
fecondazione fosse avvenuta “secondo natura”
sarebbe forse stato scartato; dall’altro, le
conseguenze di queste manipolazioni, cioè
l’eventuale traumatismo subito dall’ovulo,
sono poco conosciute. Uno studio americano
dovrebbe però placare le inquietudini dei
detrattori dell’ICSI: pubblicato dalla
prestigiosa rivista The
Lancet, lo studio dimostra che i bambini
nati dall’ICSI si
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sviluppano
in modo del tutto normale. Statisticamente, dopo un’ICSI
aumentano solo i parti cesarei e le nascite premature,
tuttavia le cifre non sono significamente diverse dal
resto della popolazione. Alcuni mesi dopo (febbraio
2002) la stessa rivista pubblica lo studio di un gruppo
di ricercatori svedesi che arrivano però a conclusioni
completamente diverse. Anche se non si possono isolare i
bambini nati dall’ICSI da quelli nati da altre
tecniche di fecondazione assistita, i ricercatori
stimano che i bambini
nati da ICSI corrono più rischi di sviluppare una
malattia cerebrale rispetto ai bambini
nati da gravidanze spontanee. Per arrivare a questa
conclusione gli studiosi hanno confrontato la frequenza
dei problemi neurologici di 5.680 bambini nati da
fecondazione in vitro con 11.360 bambini concepiti in
modo naturale e questo è il risultato: i bambini
con questa tecnica corrono più rischi di sviluppare
problemi neurologici, in particolare le paralisi
cerebrali. Questi rischi sarebbero dovuti però
soprattutto come complicanze da gravidanze multiple e da
relativi parti prematuri dei bambini nati da FIVET e non
per la tecnica in se stessa. Per ridurre questi rischi
è raccomandabile impiantare un solo embrione durante
ogni ciclo di fecondazione in vitro. Tuttavia, il numero
di embrioni trasferiti influenza la percentuale di
successo, come abbiamo visto. I centri di procreazione
assistita si limitano da qualche anno al trasferimento
di 2 o massimo 3
embrioni.
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