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/ Prostata: sopravvivere, ma molto meglio
Piccola
ghiandola maschile, la prostata si trova sotto la vescica in
prossimità delle vie urinarie e genitali e può essere soggetta a
diverse condizioni: infezione (prostatite), adenoma (ipertrofia
benigna), tumore. Scoperto a uno stadio precoce, il 95% dei tumori
della prostata potrebbe essere guarito. E se fino a oggi la
radioterapia comportava troppo spesso impotenza e incontinenza a
vita, una nuova terapia potrebbe ridurre queste conseguenze in
misura notevolissima.
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Uno
studio condotto dalla University of California
pubblicato in Clinical Cancer Research suggerisce
che l’assunzione quotidiana di 230 ml di succo di
melograno aumenta il tempo medio di raddoppio del PSA,
l’antigene specifico della prostata, da 15 a 54 mesi.
L’aumento del PSA è un indice della velocità di
progressione del tumore della prostata. Secondo il dr.
Pantuck, autore dello studio, più velocemente raddoppia
il livello di PSA nel sangue, più è probabile che
l’esito del tumore della prostata sia fatale. |
I
fattori di rischio
La scienza è ormai concorde nel riconoscere l’influenza di
certi fattori, tra i quali il principale sembra essere senza
dubbio l’età. Infatti, più del 75% dei tumori della
prostata è diagnosticato in uomini con più di 65 anni. Seguono a
ruota i fattori familiari: i soggetti con un parente di
primo grado (padre o genitore) con cancro della prostata hanno un
maggior rischio di ammalarsi. e il rischio si moltiplica da 2 a 5
volte rispetto a un uomo senza precedenti familiari. La ricerca
avanza per identificare i geni responsabili del tumore della
prostata, e dall’identificazione del gene HPC1, avvenuta nel
1996, a uno a uno vengono identificati sempre più geni coinvolti.
I
fattori etnici:
studi condotti sulla popolazione americana hanno mostrato che
l’incidenza di questo tipo di tumore è più importante negli
uomini di colore, nei quali inoltre la malattia insorge più
precocemente, anche se gli Africani che non sono emigrati negli
Stati Uniti hanno un rischio inferiore. La spiegazione potrebbe
trovarsi nel cambiamento delle abitudini alimentari (cibi ricchi
di grasso), nel tabagismo o nell’esposizione ad alcuni
inquinanti ambientali (cadmio, ecc.).
L’alimentazione
troppo grassa può favorire l’insorgenza del tumore, sarebbero
particolarmente pericolosi i grassi animali. Il tasso di ormoni
sessuali: in alcuni soggetti un elevato livello di androgeni
(ormoni maschili) potrebbe aumentare il rischio di tumore della
prostata, tuttavia questo fattore è qualificato come possibile,
non come certo. Massa corporea e sedentarietà: la
maggior parte degli studi epidemiologici ha osservato un rischio
maggior nelle persone con indice di massa corporea troppo elevato.
La sedentarietà, la mancanza di esercizio fisico e l’obesità
sono considerati fattori influenzanti. Tra gli altri fattori di
rischio invece scompaiono, a seguito di studi specifici,
l’alcol, lo stress, l’esposizione al sole.
Nella
popolazione maschile il tumore della prostata
ha un'incidenza seconda solo alla neoplasia del polmone. In
Italia si registrano circa 11.000 nuovi casi ogni anno e tra
questi i decessi sono pari a circa 6.300 (circa il 7% delle
morti per tumore negli uomini). Il 60% circa dei casi di decesso
avviene nel Nord del Paese forse a causa delle abitudini
alimentari e delle condizioni ambientali differenti. Il tumore
della prostata rappresenta pertanto la seconda causa di morte
per neoplasia nella popolazione maschile italiana, dopo il
cancro al polmone. Attualmente ogni italiano con più di 65 anni
ha circa il 3% di probabilità teorica di morire per questa
malattia. Bisogna evidenziare come la malattia aumenti in
maniera esponenziale con l'aumentare dell'età della
popolazione: nel 70% dei reperti autoptici in uomini con più di
90 anni si riscontra almeno una microfocolaio tumorale. (fonte:
prevenzioneprostata.it).
La terapia
standard del cancro alla è rappresentata dall'intervento
chirurgico di rimozione della prostata (prostatectomia), e dalla
radioterapia. Di solito, la radioterapia viene
somministrata da una fonte esterna situata a una certa distanza
(la procedura è conosciuta come teleterapia) ed è
pertanto diretta sull'intera area della prostata. Ciò rende
praticamente impossibile evitare di penetrare nei tessuti sani,
compresa la sensibile uretra nel mezzo della prostata, e nel fasci
neurovascolari (sul lato alla base della prostata) che controllano
la funzione del pene. Dopo l'operazione chirurgica o la
teleterapia tradizionale, fra il 40 e il 100% degli uomini
saranno impotenti, e il 35% dei pazienti soffrirà di
incontinenza.
Con una
fonte di radiazione interna al corpo anziché all'esterno di esso,
per raggiungere il bersaglio non è necessario penetrare il
tessuto sano, e come afferma il Prof. Nikolaos Zamboglou di
Offenbach, "La radioterapia tradizionale del cancro alla
prostata prevede la cura del tumore dall'esterno verso l'interno.
Tuttavia, se il tumore viene curato dall'interno verso l'esterno,
il numero di effetti indesiderati sarà molto minore.”
Potenza
sessuale mantenuta fino al 79%
e incontinenza inferiore al 2% sono invece i sorprendenti
risultati di uno studio clinico, i cui risultati sono stati
presentati durante la XII Conferenza Internazionale sull'uso
ottimale della Radioterapia Avanzata nell'Oncologia a modalità
multipla svoltasi a Roma dal 20 al 23 giugno 2007, nel quale 300
uomini hanno ricevuto una terapia innovativa del tumore della
prostata, la brachiterapia ad alto rateo di dose (HDR,
High Dose Rate) abbinata ad una innovativa tecnologia di imaging
(diagnostica per immagini), che ha dimostrato di essere efficace
quanto le terapie tradizionali ma con una probabilità molto
minore di causare i comuni effetti indesiderati di impotenza e
incontinenza. Il termine brachiterapia deriva dalla parola greca brachi,
ossia breve.
In
tutto il mondo, a 1 uomo su 6 viene diagnosticato il tumore
della prostate nel corso della vita, e ogni anno si verificano
circa 350.000 nuovi casi, dei quali circa il 75% sono tumori
della prostata localizzati. Questo è il tipo di cancro per il
quale la brachiterapia HDR è più adatta, in quanto il tumore
non si è espanso ancora oltre la prostata stessa.
Nella
brachiterapia il tumore viene irradiato dall'interno,
introducendo piccolo tubi nella prostata in punti specifici,
quindi inserendo un isotopo radioattivo temporaneamente (HDR) o
permanentemente (impianti piccolissimi) in ciascun tubo per
somministrare la dose appropriata.
Fino a poco tempo fa, la precisione della brachiterapia HDR era
determinata dal posizionamento dei tubi basata sulla tomografia,
tuttavia la sue scansioni tendono a produrre immagini indistinte
della prostata. Inoltre, le immagini devono essere prese dopo l'inserimento
del tubo, non durante; pertanto, possono rivelarsi
imprecise poiché la posizione della prostata e di altri organi
interni a lei adiacenti può cambiare. Oggi invece, grazie a un
team interdisciplinare di oncologi radiologi e fisici medici, una
nuova tecnologia di imaging in tempo reale ha reso
possibile osservare aspetti cruciali della procedura nel momento
in cui viene eseguita, invece di basarsi su immagini passate.
Questo significa che i medici possono vedere la posizione degli
organi, controllare che i tubi stiano seguendo i corretti percorsi
di inserimento, e modificare la dose per mirare più accuratamente
il tumore evitando al tempo stesso aree vulnerabili.
Grazie alla brachiterapia i pazienti trascorrono al massimo due
notti in ospedale, con una pausa di due settimane prima della
seconda sessione di cura, di altre due notti in ospedale. Questo a
differenza dell'intervento chirurgico, che di solito prevede
almeno una settimana di ricovero in ospedale, e la normale
teleterapia, che di solito comporta da sei a sette settimane di
terapia giornaliera in ospedale. Un beneficio ulteriore è dato
dal fatto che l'apparecchiatura richiesta per la nuova tecnologia
è molto meno costosa di quella usata nei metodi di trattamento
tradizionali.
Per
approfondire:
Le malattie
della prostata
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