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Il
trattamento del tumore della prostata
In funzione
dello stadio del cancro, la presenza di metastasi, e l’età del
paziente, il medico sceglierà tra una varietà di trattamenti: in
caso di tumore localizzato, i trattamenti sono sostanzialmente di
tre tipi:
prostatectomia
radicale:
rimozione della prostata. Questo intervento si può effettuare sia
con apertura classica sotto l’ombelico o per celioscopia
(telecamera introdotta nella regione da operatore, incisioni
ridotte). La prostatectomia dà buoni risultati in termini di
guarigione ma è soggetta a complicazioni tra le quali le più
importanti sono l’impotenza e il rischio di incontinenza
urinaria. La prostatectomia consente sia di rimuovere il tumore
dalla prostata, sia di eliminarlo dalle aree circostanti alle
quali può essersi eventualmente diffuso. È il trattamento
elettivo negli stadi precoci del tumore, come gli stadi T1 e T2,
nei quali il tumore della prostata è ancora contenuto
essenzialmente nella ghiandola stessa. La prostatectomia radicale
è una procedura relativamente semplice in grado di curare il
tumore della prostata ai suoi stadi iniziali, e può allungare
l’aspettativa di vita anche negli stadi più avanzati della
malattia. La chirurgia evita i problemi che si riscontrano con la
radioterapia, tuttavia è un’operazione importante che richiede
l’ospedalizzazione e può comportare effetti collaterali come
l’impotenza, l’incontinenza (perdita del controllo urinario),
e il restringimento dell’uretra, che può rendere difficile la
minzione. L’impotenza è un effetto collaterale molto frequente,
anche se in tempi recenti la percentuale di uomini affetti da
disfunzione erettile a seguito di questa chirurgia è diminuita
grazie alle nuove tecniche chirurgiche conservative dei nervi.
L’incontinenza, spesso presente dopo questa operazione, migliora
in genere dopo sei mesi nella maggior parte dei soggetti
radioterapia
esterna:
è efficace e presenta le stesse complicazioni della
prostatectomia, alle quali si aggiungono quelle legate ai raggi.
La radioterapia impiega raggi ad alta energia per uccidere le
cellule cancerose, ridurre la dimensione dei tumori e prevenire la
divisione e la diffusione delle cellule cancerose. Poiché non è
possibile dirigere perfettamente i raggi, essi possono danneggiare
una parte delle cellule sane prossime al tumore. Se la dose della
radiazione è piccola e diffusa nel tempo, tuttavia, le cellule
sane sono in grado di recuperare e di sopravvivere, mentre le
cellule cancerose muoiono. La radioterapia viene impiegata in
genere quando le cellule del cancro non si sono diffuse oltre la
prostata (stadi T1-T2), ed è utile per prevenire un’ulteriore
diffusione della malattia. Come la chirurgia, la radioterapia è
più efficace quando il tumore è contenuto in un’area
ristretta, e agli stadi iniziali della patologia, può
rappresentare una cura definitiva. La radioterapia può essere
usata da sola o in combinazione alla terapia ormonale quando le
cellule del cancro si sono diffuse oltre la prostata anche alla
zona pelvica (stadi T3-T4) e per alleviare il dolore nel cancro
della prostata che non risponde più alla terapia ormonale e si è
diffuso alle ossa (stadio M+). Questo tipo di trattamento è meno
invasivo della chirurgia, e può contribuire ad allungare
l’aspettativa di vita anche in stadi del cancro più avanzati.
Raramente provoca perdita del controllo urinario, e provoca
l’impotenza meno frequentemente della chirurgia. Nuovi composti
radioattivi iniettabili, come quelli che contengono lo stronzio
radioattivo, possono apportare un notevole sollievo al dolore
provocato dalle metastasi ossee. I nuovi composti radioattivi
compotrano meno effetti collaterali rispetto ai composti fosforici
radioattivi usati nel passato. Per contro, la radioterapia può
provocare una serie di effetti collaterali, molti dei quali sono
quasi irrilevanti e scompaiono all’arresto del trattamento:
stanchezza, reazioni cutanee nelle aree trattate, minzione
frequente e dolorosa, mal di stomaco, diarrea, irritazione o
sanguinamento rettale. Quando la radioterapia è fornita da un
macchinario esterno, si può riscontrare in seguito impotenza in
alcuni pazienti. La radioterapia interna, invece, provoca
l’impotenza con minore frequenza, ma può essere associata a una
diminuzione temporanea dei globuli bianchi e delle piastrine,
rendendo il paziente più suscettibile alle infezioni, alle
escoriazioni e alle piccole emorragie
terapia
ormonale:
viene usata comunemente per trattare il cancro che si è diffuso
(metastasi) al di fuori dell’area pelvica (stadi N+ e M+).
Possono venire impiegati due tipi di terapia: (1) rimozione
chirurgica dei testicoli, che producono gli ormoni maschili;
oppure (2) somministrazione di farmaci che prevengono la
produzione o bloccano l’azione del testosterone e degli altri
ormoni maschili. La terapia ormonale non può curare il cancro
della prostata, ma può rallentarne la crecita e riducce la
dimensione del tumore o dei tumori. La terapia ormanel in
combinazione con la radioterapia o la chirurgia viene impiegata
anche negli stadi avanzati del cancro quando la malattia si è
diffusa localmente oltre la prostata (stadi T3-T4). Questa terapia
allunga la vita, e allevia i sintomi. Quando il cancro si è
diffuso oltre la prostata, la prostatectomia radicale non è una
pratica comune. Nei pazienti agli stadi iniziali del tumore
(stadio T2), la terapia ormonale viene spesso usata in
associazione alla radioterapia. Un ciclo di terapia ormonale può
anche essere effettuato prima della chirurgia per ridurre la
dimensione della prostata e renderne la rimozione più agevole. La
strategia principale di questo trattamento consiste nel diminuire
la produzione di testosterone nei testicoli. Indipendentemente dal
metodo prescelto di terapia ormonale, la diminuzione del
testosterone può provocare effetti collaterali come le vampate di
calore, la caduta del desiderio sessuale, e l’impotenza. I
metodi specifici usati per ridurre la produzione di testosterone o
bloccarne l’azione sono:
-
rimozione
chirurgica dei testicoli:
l’operazione è chiamata orchiectomia, e consiste nella
rimozione dei testicoli, che producono il 95% del testosterone
del corpo. L’orchiectomia è una procedura efficace e
relativamente semplice. Spesso si effettua in anestesia
locale, con dimissione dall’ospedale lo stesso giorno
dell’operazione. Per ovvie ragioni, la maggior parte dei
pazienti preferisce un’opzione non chirurgica, se le
garanzie di successo sono identiche. Molti uomini trovano
infatti inaccettabile questo tipo di chirurgia. L’operazione
non è reversibile
-
terapia
a base di estrogeni:
sempre meno utilizzato perché ha effetti indesiderabili e
controindicazioni , il metodo consiste nella somministrazione
di ormoni femminili come l’estrogeno, che riduce la
produzione di testosterone nei testicoli. La molecola più
usata è il dietilstilbestrolo.La terapia a base di estrogeni
è semplice e avviene assumendo una pillola. I suoi effetti
sono reversibili, tuttavia anche questo trattamento comporta
qualche effetto collaterale, come la ritenzione di liquidi, la
crescita delle mammelle e sintomi come il mal di stomaco,
nausea e vomito
-
terapia
a base di LHRH-analoghi:
somministrazione dell’ormone LHRH (analogo dell’ormone
rilasciante l’ormone lutinizzante, o LHRH-analogo) per
provocare la caduta del testosterone. La terapia ha gli stessi
effetti della rimozione dei testicoli, ma non comporta
l’intervento chirurgico. Gli analoghi più diffusi sono il
goserelin acetato, il buserelin acetato e il leuprolide
acetato. La terapia è semplice e comporta un’iniezione ogni
1, 2 o 3 mesi, tuttavia in una piccola percentuale di pazienti
questo trattamento può provocare un breve aumento dei sintomi
del cancro, come dolore osseo, prima che il livello del
testosterone inizi ad abbassarsi. I sintomi possono essere
controllati con l’uso di antidolorifici o di farmaci
antiandrogeni
-
terapia
a base di analoghi della GnRH,
(ormone rilasciante gonadotropina o gonadoliberina) che
impediscono alla GnRH naturale, chiamata anche LH-RH) di agire
e di stimolare la produzione degli androgeni
-
terapia
a base di antiandrogeni:
comporta la somministrazione di un farmaco che blocca
l’azione degli ormoni maschili. La terapia può essere
combinata a quella con gli LHRH analoghi. La terapia combinata
è nota con il nome di MAB (Blocco Androgeno Massimo) o di CAB
(Blocco Androgeno Combinato). Le molecole più diffuse sono il
bicalutamide, il flutamide, il nilutamide e il ciproterone
acetato. In alcuni pazienti la terapia può essere associata
ad altri farmaci somministrati per via orale. La
sperimentazione condotta a oggi suggerisce che i pazienti
trattati con la terapia MAB vivono più a lungo di quelli
trattati con la sola terapia a base di LHRH-analoghi. La
combinazione di LHRH-analoghi e di antiandrogeni può
risultare utile anche prima o dopo la chirurgia della prostata
o la radioterapia. Tuttavia, esistono in ambiente scientifico
riserve riguardo all’efficacia della MAB. Alcuni
antiandrogeni possono provocare diarrea, nausea, vomito e
danno epatico, possono influenzare la visione notturna e
provocare malesseri se si assumono alcolici
-
terapia
intermittente: è
l’alternanza di periodi di terapia ormonale con periodi di
sospensione del trattamento. Migliora la qualità della vita,
ma non è adatta a tutti i pazienti
chemioterapia:
comporta l’uso di potenti farmaci tossici per attaccare le
cellule cancerose. I farmaci circolano in tutto l’organismo
attraverso il sangue e uccidono tutte le cellule a crescita
rapida, comprese quelle sane. Per distruggere le cellule cancerose
e preservare il più possibile quelle sane, si prodoce a un
attento dosaggio e a una frequenza calcolata del trattamento. La
chemioterapia è in genere riservata ai pazienti con cancro in
stadio avanzato (stadio M+) che non rispondono più alla terapia
ormonale. La chemioterapia non è sempre di grande aiuto nel caso
del tumore della prostata. I componenti impiegati variano,
ciascuno ha le proprie caratteristiche e può essere impiegato da
solo o in combinazione con gli altri. La chemioterapia può
fornire sollievo ai sintomi del cancro della prostata in fase
avanzata, tuttavia gli effetti collaterali sono massicci proprio a
causa della diffusione dei composti in tutto l’organismo:
perdita dei capelli, nausea, vomito, diarrea, riduzione dei
globuli rossi e della capacità di coagulare, aumento del rischio
di infezioni. La maggior parte degli effetti collaterali scompare
all’arresto del trattamento
brachiterapia:
questo trattamento, proposto in alcuni centri, consiste
nell’impiantare nella prostata dei grani radioattivi che
distruggono le cellule cancerose. La brachiterapia ha dimostrato
la sua efficacia negli Stati Uniti, ed è attualmente in fase di
valutazione nel nostro paese
Al
trattamento di base si può associare la terapia
del dolore e delle complicazioni, per esempio la disostruzione
di un’invasione dell’uretra. Il trattamento ormonale
rappresenta nella maggior parte dei casi una scelta all’inizio
della cura, ma può diventare inefficace dopo qualche anno. In
questo caso si instaura un nuovo trattamento, con chemioterapia,
trattamento radioattivo… In associazione al trattamento ormonale
si può impiegare anche l’estramustina. Si può procedere alla
castrazione chirurgica (rimozione della polpa dei testicoli),
semplicemente per impedire la secrezione degli androgeni.
L’efficacia della castrazione è simile a quella di una
castrazione chimica con estrogeni o GnRH-analoghi. Infine, in casi
selezionati (in particolar
modo in base al grading istologico), è possibile optare per la
cosiddetta “watchful waiting”, ossia limitarci a una
osservazione attenta e costante, dato che le forme meno aggressive
tendono a progredire molto lentamente, soprattutto in pazienti di
età più avanzata.
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